Dalle sorgenti alla roccia del Monviso
Chi direbbe, salendo a Pian del Re, a 2020 metri sul livello del mare, che quel torrentello che ingentilisce il paesaggio si trasformerà dopo centinaia di chilometri nel Po, il fiume più lungo d'Italia?
Eppure è proprio così. E da quelle piccole e pure sorgenti, alimentate dai ghiacci e dai nevai del Monviso, nasce Acqua Eva.
Ma cos'è una sorgente d'acqua?
Per i geologi è una venuta a giorno spontanea di acque sotterranee, la cui provenienza e il cui percorso non è sempre facile da individuare, ma il cui fenomeno, nelle linee essenziali, è spiegato da tempo. Per la maggior parte delle persone, invece, le sorgenti rimangono qualcosa di un po' misterioso, perché fuori dal controllo o dalla comprensione comuni. L'acqua che sprizza dalla roccia richiama passi biblici di grande valore simbolico e non è strana la particolare coincidenza che esiste tra molti santuari religiosi e la presenza di una sorgente. Pur arrivando dalle profondità della terra, l'acqua che giunge in superficie, soprattutto se sgorga in prossimità di montagne, è un simbolo fortissimo di purificazione e quindi di contatto con Dio. Questo valore simbolico è presente in molte religioni che pure non sono venute a contatto tra loro. Ne sono esempi la religione cristiana, la religione degli Aymara, un'antica popolazione precolombiana dell'America Latina che venerava divinità minori (chiamate Phuju) che abitavano le sorgenti d'acqua o la religione degli hindu che hanno come pellegrinaggio principe quello alle sorgenti del Gange.
Come nasce una sorgente
Al di là del valore simbolico delle sorgenti, cosa fa sì che l'acqua possa uscire in superficie e non rimanere per sempre all'interno della crosta terrestre? A dire il vero sono tante le situazioni che permettono all'acqua di lasciare gli "inferi" per scivolare sotto il cielo terrestre. Innanzitutto, però, bisogna precisare che prima di arrivare in superficie l'acqua di una sorgente può percorrere chilometri e chilometri all'interno delle rocce. Per conoscere quale percorso compie all'interno della crosta i geologi usano spesso dei coloranti appositi che, introdotti in fessure delle rocce, vengono poi individuati alla sorgente. La percolazione dell'acqua all'interno delle rocce può avvenire principalmente per due motivi: o grazie alle fratture che interessano un ammasso roccioso, o alla permeabilità delle rocce stesse. Nel primo caso infatti rocce che hanno subito profonde compressioni, come quelle che formano il Monviso, si possono fratturare profondamente con spaccature che, spesso, sono in comunicazione le une con le altre. Le rocce permeabili invece, sono quelle che per loro natura presentano vuoti e spazi, che, pur piccoli (a volte solo millimetrici) fanno da contenitore di acqua. Affinchè questa possa venire a giorno, deve incontrare un livello roccioso impermeabile che stia sotto le rocce fratturate o permeabili, e che impedisca così all'acqua di scendere ulteriormente in profondità. Una classica roccia impermeabile è, per esempio, un'argillite, ma lo può essere anche un granito, il quale, se è fratturato può essere molto permeabile, ma se risulta compatto diventa assolutamente impenetrabile all'acqua. In tali casi l'acqua corre lungo il tetto dello strato impermeabile finché una frattura o un gioco d'erosione non le permettono di aggiungere la superficie dando origine a una o più sorgenti.
Chiare, fresche, dolci acque. Ma sono pure?
Le acque sorgive sono tra le prime a venir utilizzate per essere imbottigliate tant'è che lungo l'arco alpino e appenninico le sorgenti dalle quali sgorgano "acque minerali" da tavola sono circa 250. Queste acque sono chiamate minerali semplicemente perché durante il tragitto percorso tra le rocce si depurano delle sostanze inquinanti prese dall'atmosfera e si mineralizzano acquisendo quei particolari caratteri chimici, fisici e organolettici che ne determinano poi le proprietà terapeutiche. Proprio così, avete capito bene: si depurano dalle sostanze inquinanti. Mettere in discussione la "purezza" dell'acqua sorgiva di montagna può apparire strano ma bisogna stare attenti ai falsi miti. Non sempre l'acqua di una sorgente di montagna è la migliore in assoluto. Per dissetarsi dopo una camminata lo è certamente nel 99% dei casi, ma può non esserlo in termini assoluti. Cosa permette allora di verificare la bontà di un'acqua montana che sgorga da una sorgente? Alcuni parametri, validi comunque per tutte le acque. Primo tra tutti il "residuo fisso", che viene sempre indicato sulle etichette e che dunque deve essere letto con attenzione. Il residuo fisso, infatti, è il contenuto totale di sali espresso in grammi presente all'interno di un litro di acqua minerale fatto evaporare a 180°C. Vi sono acque con un residuo fisso inferiore a 50 milligrammi per litro, acque con un valore compreso tra 50 e 1500 e altre con un contenuto di sali superiore a 1500 mg/l.
È ovvio che acque con un minor contenuto di sali sono le più indicate a chi è soggetto a calcolosi delle vie urinarie, ma forse è poco noto che bere acque con un residuo fisso superiore a 1000 mg/l può essere dannoso anche a chi non è predisposto a tale problema perché i reni hanno difficoltà a filtrare la notevole quantità di sali presenti. Eppure le acque di sorgenti di montagna che possiedono una tale caratteristica sono ben l' 11%.
AI di là del residuo fisso, sono poi molti gli altri parametri da considerare nel valutare la qualità di un'acqua sorgiva, ma uno va sicuramente ricordato: la presenza di nitrati, che non dovrebbero mai superare i 25 mg/l. Questi possono provocare nei neonati la metaemoglobinemia ossia impediscono al sangue di portare l'ossigeno ai tessuti, inoltre in un processo chimico all'interno dell'organismo possono formare le nitrosammine, sostanze sospette di causare tumori. Come mai anche le sorgenti alpine possono contenere nitrati? Questa sostanza si può formare in due modi: in maniera organica, in seguito alle deiezioni animali provenienti massicciamente dall'allevamento dei suini, e questo interessa soprattutto le falde di pianura, oppure in modo inorganico attraverso le piogge acide ricche di ossidi di azoto. Ed è proprio così, attraverso le piogge acide, che l'acqua sorgiva può già contenere nitrati. Ovviamente la aree più esposte a questo fenomeno sono quelle che ricevono sostanze inquinanti dalle pianure sottostanti.
Al di là del valore simbolico delle sorgenti, cosa fa sì che l'acqua possa uscire in superficie e non rimanere per sempre all'interno della crosta terrestre? A dire il vero sono tante le situazioni che permettono all'acqua di lasciare gli "inferi" per scivolare sotto il cielo terrestre. Innanzitutto, però, bisogna precisare che prima di arrivare in superficie l'acqua di una sorgente può percorrere chilometri e chilometri all'interno delle rocce. Per conoscere quale percorso compie all'interno della crosta i geologi usano spesso dei coloranti appositi che, introdotti in fessure delle rocce, vengono poi individuati alla sorgente. La percolazione dell'acqua all'interno delle rocce può avvenire principalmente per due motivi: o grazie alle fratture che interessano un ammasso roccioso, o alla permeabilità delle rocce stesse. Nel primo caso infatti rocce che hanno subito profonde compressioni, come quelle che formano il Monviso, si possono fratturare profondamente con spaccature che, spesso, sono in comunicazione le une con le altre. Le rocce permeabili invece, sono quelle che per loro natura presentano vuoti e spazi, che, pur piccoli (a volte solo millimetrici) fanno da contenitore di acqua. Affinchè questa possa venire a giorno, deve incontrare un livello roccioso impermeabile che stia sotto le rocce fratturate o permeabili, e che impedisca così all'acqua di scendere ulteriormente in profondità. Una classica roccia impermeabile è, per esempio, un'argillite, ma lo può essere anche un granito, il quale, se è fratturato può essere molto permeabile, ma se risulta compatto diventa assolutamente impenetrabile all'acqua. In tali casi l'acqua corre lungo il tetto dello strato impermeabile finché una frattura o un gioco d'erosione non le permettono di aggiungere la superficie dando origine a una o più sorgenti.
Il Monviso
Ritenuto per moltissimo tempo il monte più elevato dell'arco alpino, il Monviso viene più volte citato nella letteratura classica. Fu battezzato nell'Eneide di Virgilio Vesulus pinifer (monte circondato da pini) e successivamente vi fecero riferimento Plinio il Vecchio, Pomponio Mela, Dante e Petrarca.
L'eccezionale visibilità di questa montagna dalla pianura Padana suggerisce come corretta l'interpretazione che fa risalire il toponimo al significato di monte visibile (Vesulus, Vésulo, Viso). Fra i primi a utilizzare il termine moderno ci fu Leonardo da Vinci, che per individuare una cava nel Saluzzese nominò la montagna come «Monviso». Secondo alcuni studiosi, il grande maestro del Rinascimento avrebbe visitato questi luoghi durante la realizzazione del traforo voluto da Ludovico II.
La roccia verde del Monviso
Il Monviso ha in sé una peculiarità quasi unica per l'intero arco alpino: la piramide infatti è composta per gran parte da rocce oceaniche. La spiegazione di questo avvincente fenomeno geologico è da ricercare nella storia che ha portato alla formazione della montagna. Le Alpi sono il risultato della complessa interazione e collisione tra il vecchio margine continentale europeo e la porzione più avanzata della costa africana. Ma prima che avvenisse l'immane scontro, che iniziò nel cretaceo superiore (circa 80 milioni di anni fa) tra i due continenti vi era un oceano, del tutto simile a quelli attuali. Esso comparve in seguito all'avvicinamento dei due continenti e finì stritolato e schiacciato fra le masse rocciose che si corrugavano e si accavallavano, in parte finendo sotto di esse e in parte inglobandosi nella catena montuosa che andava via via formandosi. Oggi, nell'area centrale delle Alpi vi è quella che i geologi hanno chiamato la "falda pennidica", che è caratterizzata da rocce che hanno subito una profondissima deformazione e che sono chiamate metamorfiche. È all'interno di questo settore che si trova il Monviso, le cui rocce costituivano l'antico fondale dell'Oceano Tetide. Le rocce che componevano il fondo dell'antico mare erano per lo più calcaree, a queste si alternavano accumuli di materiali marmosi (una roccia che è una via di mezzo tra un calcare e un'argilla) e argillosi ed estesi tratti di lave basaltiche, simili a quelle che fuoriescono da molte eruzioni dell'Etna. Tali rocce, sotto l'enorme pressione e il relativo aumento di temperatura che furono prodotti dal sovrascorrimento della costa africana su quella europea, subirono profonde trasformazioni: si formarono bancate calcaree e dolomitiche alternate a marmi, enormi strati di calcescisti e micascisti, mentre le antiche lave si trasformavano in un nuovo tipo di roccia, resistente, verdastro e untuoso al tatto, specialmente quando bagnato, tanto da meritarsi il nome di ofiolite (roccia-serpente). Sono queste le rocce verdastre del Re di Pietra.
Fonte: Meridiani "Montagne" n. 23, novembre 2006, EditorialeDomus



